Immagina di trovarti su un altopiano. Davanti a te si stende un paesaggio vasto, e in ogni direzione partono sentieri battuti da tempo: la grande strada del capitalismo, il viottolo del socialismo, i percorsi a mosaico e tortuosi della democrazia, le vie di marcia sassose delle autocrazie. Ognuno di questi sentieri porta le impronte di intere generazioni, ognuno ha la sua storia. E ognuno di essi, se guardi bene, finisce contro lo stesso muro.
Sentiamo questo muro anche quando non lo nominiamo. Lo sentiamo nei rapporti sul clima che si susseguono, nelle foreste in fiamme e nei mari surriscaldati. Lo vediamo nella forbice tra ricchi e poveri, che si allarga a ogni crisi, e negli invisibili per i quali nel mondo del lavoro non c’è più posto. Lo viviamo nelle democrazie che vacillano e nelle autocrazie che si rafforzano, perché la fiducia si è sgretolata. E lo respiriamo nella nebbia digitale di notifiche senza fine, in algoritmi che divorano il nostro tempo, guidano i nostri pensieri e sfilacciano la nostra umanità.
Questo libro è il tentativo di tracciare una strada che non finisca contro quel muro. Si chiama SOLIS, e non è un programma di partito, né una religione, né uno Stato. È il progetto di un ordine sociale capace di reggere alle condizioni di questo secolo: un ordine che resta giusto anche quando le persone che ne fanno parte sono fallibili, che esce rafforzato dalle crisi e che sa correggersi da sé. Prima che il progetto cominci, deve essere chiaro perché ce n’è bisogno.
Il vicolo cieco degli ordini consolidati
Nel corso della sua storia l’umanità ha prodotto diversi grandi progetti di ordine, e ognuno di essi ha realizzato qualcosa di reale.
Il capitalismo ha liberato prosperità e inventiva in misura senza precedenti. Allo stesso tempo ha saccheggiato le basi naturali della vita e diviso le società. Il socialismo ha preso sul serio la promessa dell’uguaglianza e, nella sua forma reale, ha soffocato la libertà e lo spirito d’invenzione. La democrazia ha dato voce alle persone, e urta contro il suo limite là dove da molte voci nasce un rumore senza direzione, privo dei meccanismi per correggersi. L’autocrazia ha mostrato risolutezza e ordine, a spese della dignità e della forza creativa senza le quali nessuna società resta viva.
Nessuno di questi progetti è semplicemente sbagliato. Ognuno è giunto a un limite interno che non può superare con la propria logica. E oggi questi limiti emergono con tanta nettezza perché le condizioni in cui quegli ordini sono nati sono cambiate in modo radicale. Le grandi sfide del presente non sono più nazionali, non sono più separate l’una dall’altra e non sono più lente. Il cambiamento climatico, la concentrazione della ricchezza, lo sconvolgimento portato dalla tecnica digitale e l’erosione di un rapporto comune con la verità si intrecciano. Si rafforzano a vicenda e si sviluppano più in fretta di quanto le istituzioni consolidate riescano a elaborarle. Un ordine costruito per un mondo più lento e più delimitato non può più guidare in modo affidabile un mondo interconnesso e accelerato. Non abbiamo a che fare con un ingranaggio rotto che si potrebbe sostituire. Abbiamo a che fare con una macchina la cui struttura non corrisponde più alle condizioni.
In questo contesto SOLIS non si intende come un’ulteriore ideologia. È la risposta a un’analisi sobria di ciò che manca, e questa risposta si riconduce a quattro necessità.
In primo luogo serve un ordine che porti in equilibrio l’essere umano, il pianeta e la tecnica, invece di subordinare l’uno all’altro: né l’essere umano sopra la natura, né la macchina sopra l’essere umano, né l’economia sopra ogni cosa. In secondo luogo serve un ordine che non massimizzi il profitto a breve termine, ma sia orientato alla durata, alla capacità di resistenza e al benessere comune. Una crescita che divora le basi della propria possibilità non è progresso. In terzo luogo serve un ordine che promuova l’invenzione senza sacrificarne i limiti etici. Esso mette gli strumenti più potenti del presente, dall’intelligenza artificiale all’ingegneria genetica, al servizio dell’essere umano, invece di consegnarlo a essi. In quarto luogo serve un ordine che unisca competenza e coscienza, e non con la costrizione, il denaro o l’accumulo di potere, ma con il senso e un orientamento comune. I rivolgimenti più profondi della storia non sono mai stati soltanto tecnici, ma sempre anche movimenti culturali ed etici.
L’obiezione è a portata di mano: un progetto del genere sarebbe utopico. Esso però non si fonda sull’ipotesi di un’umanità migliore. Si fonda sulla consapevolezza che continuare come prima è la vera improbabilità. In un mondo il cui destino ecologico, tecnologico e geopolitico è condiviso, prolungare l’esistente non è la più sicura, ma la più rischiosa di tutte le possibilità. SOLIS costruisce sugli elementi solidi dell’esperienza umana, sull’inventiva, sulla profondità etica e sulla capacità di pensare oltre ciò che ci riguarda da vicino, e li unisce in un ordine che regge.
L’umanità al bivio
Mai l’umanità ha avuto tanto potere sul proprio destino. Possiamo modificare i geni, lasciare il pianeta, trasformare il mondo in un’unica conversazione e usare o distruggere risorse in una misura impensabile fino a pochi decenni fa. E mai siamo stati così vicini all’abisso, perché ciò che abbiamo guadagnato in potere non l’abbiamo sviluppato insieme in saggezza, attenzione e senso del bene comune. Che gli ordini consolidati raggiungano i loro limiti non è quindi una diagnosi astratta. Si manifesta in diverse crisi simultanee, ognuna delle quali pesa da sola e che solo nel loro intreccio danno il quadro reale.
La crisi ecologica è la più fondamentale, perché riguarda il presupposto materiale di ogni società. Un’economia che consuma le risorse più in fretta di quanto si rinnovino e tratta la stabilità del clima come una dote gratuita mina le condizioni della propria sopravvivenza. Nessuna prosperità e nessun progresso possono essere assicurati durevolmente su un pianeta destabilizzato. La crisi sociale si manifesta in una concentrazione di ricchezza e di opportunità che svuota la coesione delle società. Dove la forbice tra partecipazione ed esclusione si apre troppo, la promessa dell’uguaglianza davanti alla legge perde il suo fondamento vissuto, e con essa la fiducia che regge ogni ordine. La crisi tecnologica è di natura propria, perché non cambia soltanto i mezzi, ma l’essere umano stesso. I sistemi digitali determinano oggi ciò che le persone percepiscono, come giudicano e dove rivolgono la loro attenzione. Dove questi sistemi servono soltanto allo sfruttamento dell’attenzione, nasce una guida silenziosa che sfugge al controllo consapevole.
La crisi politica deriva dalle precedenti. Dove le istituzioni non riescono più a far fronte ai problemi, la fiducia svanisce. Dove la fiducia svanisce, acquistano potere risposte semplici che non risolvono le situazioni difficili, ma le coprono. Democrazie stabili vacillano, modelli autoritari acquistano attrattiva perché promettono capacità d’azione. La crisi di senso, infine, è la meno visibile e tuttavia agisce più in profondità. Un ordine che si rivolge all’essere umano soprattutto come consumatore, forza lavoro e dato lascia senza risposta una domanda che non si lascia mettere a tacere: a che cosa serve tutto questo. Non sappiamo più che cosa sia abbastanza, che cosa sia buono e che cosa significhi «noi». Il consumo sostituisce il significato, la distrazione sostituisce il confronto, l’efficienza sostituisce l’umanità. Senza risposte solide alla domanda sul senso si disgrega la tenuta interiore da cui le società traggono la loro forza di resistenza.
Queste crisi non si possono risolvere una per una né una dopo l’altra, perché si condizionano a vicenda. Proprio qui sta la ragione di un progetto tutto d’un pezzo: un ordine che tratta ecologia, economia, diritto, istruzione, cultura e tecnica come ambiti separati fallirà nei punti di contatto, dove si trovano i veri problemi. Per questo SOLIS non parte da una singola riforma, ma dall’insieme.
I cinque fondamenti etici
Ogni ordine duraturo ha bisogno di un fondamento che stia più in profondità delle sue leggi, della sua tecnica e delle sue istituzioni, perché queste cambiano, mentre il fondamento deve reggere. Non è fatto di cemento, né di denaro, né di potere, ma di valori. In SOLIS i fondamenti sono cinque. Qui non vengono introdotti come una professione di fede, ma come principi operanti: ognuno di essi esclude certi ordini e comporta determinate conseguenze istituzionali.
La dignità umana
Al centro sta l’essere umano come valore in sé, non come mezzo: indipendentemente da origine, sesso, età, convinzione o capacità di rendimento. Da ciò non segue che tutte le persone siano uguali, ma che sono uguali in valore. Un ordine che prende sul serio questo principio non può dividere le persone in utili e inutili e non può abbandonare nessuno perché è considerato improduttivo. Una novantenne con la demenza non è un peso. È parte della comunità, con diritto alla cura. Un rifugiato non è un fattore di costo. È un essere umano con una storia, un dolore e una speranza. La conseguenza istituzionale è un approvvigionamento di base che non dipende dal percorso lavorativo, e un diritto che protegge il debole quanto il forte.
L’equilibrio tra individuo e comunità
L’essere umano non è né un combattente isolato né un semplice elemento del collettivo. È un individuo sociale, che ha bisogno di libertà per crescere e di comunità per fiorire. La libertà del singolo finisce dove distrugge il bene della comunità. Il bene della comunità non può essere definito in modo da schiacciare la dignità del singolo. Questo equilibrio non è uno stato, ma una danza viva che va continuamente ribilanciata. Ciò presuppone istituzioni che compiano proprio questa ponderazione, invece di deciderla da una parte sola. Un’impresa non può aggirare le norme ambientali per guadagnare di più a breve termine, perché questo danneggia la comunità. Ma nemmeno la comunità può decidere sopra la testa delle persone che cosa sia bene per tutti, senza partecipazione, dialogo e rispetto.
La responsabilità verso il pianeta
La Terra non è uno sfondo né un magazzino di materie prime. È il mondo vivente da cui dipende ogni società: un sistema vivo che non dominiamo, ma a cui apparteniamo. Ne deriva l’impegno a un uso che permetta il rinnovamento, alla massima prudenza negli interventi sugli ecosistemi e alla protezione delle basi naturali come compito centrale, non come tema secondario. Questo principio non è un’aggiunta morale, ma una condizione della sopravvivenza: nessun sistema, nessuna prosperità e nessun progresso possono esistere su un pianeta morente. Esso spiega perché in SOLIS le basi naturali sono sottratte all’appropriazione privata e perché il mondo vivente riceve una voce propria nelle decisioni dell’ordine.
La promozione del sapere e della saggezza
SOLIS fonda le sue decisioni non sul potere, sul denaro o sull’ideologia, ma sulle migliori conoscenze disponibili, unite al giudizio etico. Il sapere senza etica può essere distruttivo, il potere senza sapere è cieco. Solo la loro unione regge. Ne deriva l’impegno alla ricerca continua, alla verificabilità delle ipotesi e a un accesso aperto al sapere. E ne deriva la consapevolezza che l’intelligenza da sola non basta. Serve la lungimiranza che considera le conseguenze attraverso le generazioni, e l’umiltà di ritenere possibile il proprio errore. Le due cose insieme le chiamiamo saggezza.
La resilienza a lungo termine
Il valore di un ordine non si dimostra nei tempi tranquilli, ma nella crisi. Per questo SOLIS è costruito sulla capacità di resistenza. È capace di apprendere, perché sa correggersi. È forte, perché è organizzato in modo decentrato. Ed è adattabile, perché prende sul serio il riscontro. Un sistema sanitario che supera un’epidemia senza crollare. Una rete energetica che compensa il guasto di una parte con le altre. Una sfera pubblica che riconosce una menzogna prima che agisca. Ecco che aspetto ha la resilienza. In un futuro segnato da incertezze ecologiche, geopolitiche e tecnologiche, questo ordine non deve soltanto resistere. Deve uscire rafforzato dalle prove.
Questi cinque fondamenti formano il metro con cui misurare ogni capitolo che segue. Sono la bussola che orienta le singole decisioni e insieme la condizione perché da molte regole singole nasca un ordine e non un rattoppo. E sono più che regole per le istituzioni. Sono anche un atteggiamento in cui le persone possono crescere: rispetto per ogni forma di vita, sincerità nelle parole e nei fatti, responsabilità per le proprie azioni, protezione dei deboli e riconoscimento della libertà dell’altro come condizione della propria. Non costruiamo un castello di carte. Costruiamo un fondamento che deve reggere anche fra cento e fra cinquecento anni: un sistema vivo, che può crescere, imparare, fallire, rinnovarsi e rialzarsi ogni volta.
Il nucleo stretto e l’ampia libertà
Un malinteso va dissipato fin dall’inizio. Che SOLIS poggi su cinque fondamenti non negoziabili non significa che prescriva all’essere umano in che cosa consista la sua vita buona. I fondamenti sono un nucleo stretto e saldo. Sopra di esso sta una grande libertà. Che cosa siano il senso, la felicità e la realizzazione, e quali vie conducano a essi, non lo stabilisce l’ordine, ma ogni persona e ogni comunità per sé. Un ordine che stabilisse anche questo non sarebbe più una cornice, ma una visione del mondo elevata a legge. Per questo SOLIS separa rigorosamente ciò che vale per tutti da ciò che appartiene a ciascuno: una base stretta di ciò che non si negozia e, sopra, l’ampiezza della diversità. Questa separazione ritorna in tutta l’opera, dalla cultura all’ordine mondiale, ed è la ragione per cui SOLIS non teme la diversità, ma ne ha bisogno.
Metodo e struttura dell’opera
L’ambizione di quest’opera richiede un metodo preciso, ed è opportuno renderlo esplicito prima che i singoli ambiti vengano sviluppati.
La prima scelta è il legame tra principio e istituzione. Un valore che non viene tradotto in una regola verificabile, in una procedura o in un’istituzione resta senza effetto. Per questo l’opera non si accontenta di descrivere condizioni desiderabili. Nomina, per quanto può, i meccanismi grazie ai quali esse durano, anche e proprio per il caso in cui singoli partecipanti cerchino di sfruttare l’ordine. Dove viene introdotto un principio, bisogna quindi sempre chiedersi come viene garantito. La seconda scelta è l’applicazione dell’ordine a se stesso. La domanda più difficile di ogni ordine sociale non è come governi i suoi cittadini, ma come limiti il proprio potere. SOLIS non risponde con un organo di controllo supremo che resterebbe a sua volta senza controllo. Applica gli stessi principi alle proprie istituzioni: trasparenza, divisione del potere, legame con la cittadinanza, protezione dalla cattura. Questa idea regge il capitolo sull’ordine del potere e ritorna in tutta l’opera. La terza scelta è l’onestà verso il proprio progetto. Dove una soluzione è soltanto un’approssimazione, l’opera lo dice. Dove una via può fallire, ne nomina il pericolo.
Su questa base si sviluppa la struttura. Questo primo capitolo pone il fondamento etico. Il secondo progetta l’ordine del potere: i diritti fondamentali, l’anello delle istituzioni e la sfera pubblica. Il terzo tratta del diritto, il quarto della sicurezza, della difesa e della pace, il quinto dell’economia e delle risorse, il sesto del pianeta. Seguono istruzione e sapere, salute e benessere, cultura e senso, e poi tecnica, intelligenza artificiale e il posto dell’umanità nel contesto più ampio. L’undicesimo capitolo è dedicato ai bambini e alle famiglie come fondamento su cui poggia ogni cambiamento duraturo, il dodicesimo alla via dall’esistente a questo ordine, il tredicesimo al rapporto di SOLIS con il mondo. Un capitolo conclusivo riassume i fondamenti e gli elementi costruttivi e rivolge lo sguardo in avanti.
Attraverso i capitoli dal secondo al tredicesimo passa inoltre una donna di nome Mara. È inventata, e lo è anche la città sul fiume in cui vive. Ma tutto ciò che le accade è esattamente ciò che questo libro progetta. Per questo lei sta all’inizio di ogni capitolo: perché l’ordine non si capisca soltanto, ma si veda.
Gli ambiti si costruiscono l’uno sull’altro, ma ognuno è comprensibile anche da solo, così che l’opera può essere letta dall’inizio alla fine oppure consultata in modo mirato. Non tutti pensano nello stesso ordine: alcuni arrivano attraverso l’ambiente, altri attraverso l’istruzione, altri ancora attraverso la domanda sul senso. L’opera è quindi una rete, non un’impalcatura, e tuttavia alla fine compone un’immagine. Non è un testo per rassicurare. È un progetto per il confronto, scritto per tutti coloro che ritengono possibile non soltanto l’amministrazione dell’esistente, ma un ordine radicalmente diverso e insieme solido.